Arcipretura di Casalvecchio Siculo

Parrocchia S. Onofrio Eremita

 

 

 

IL PAESE

 

 

Abbarbicato a metà costa sul monte Sant'Elia, a 370 metri s.l.m., il paese sorge a 39 km da Messina, a 20 da Taormina e a 5 dalla costa Ionica.

Seguendo l'orografia del terreno, il paese ha caratteristiche prettamente medioevali, con un susseguirsi ed incrociarsi di viuzze, che si dipanano spesso in sottopassi tipici dell'architettura medievale spagnola ed araba. Dalle sue varie terrazze si può ammirare un notevole panorama, che spazia dallo stretto di Messina alla costa calabrese, fino ad uno scorcio dell'Etna.

STORIA

Casalvecchio è molto antico e lo si può dedurre anche dal susseguirsi delle varie denominazioni che ha avuto. Già esisteva in epoca bizantina, essendo citato in una scrittura aragonese del 1351 con la sua denominazione greca Palachorion, cioè vecchio casale, e successivamente con la traduzione latina di Rus Vetus. Nel periodo della dominazione araba della Sicilia prese il nome di Calathabieth. Nel 1862, dopo l'Unità d'Italia, prese il nome definitivo di Casalvecchio Siculo, per distinguerlo dal Casalvecchio di Puglia. In epoca saracena godeva di una propria autonomia, che perse nel 1139 con la fondazione in epoca normanna di Savoca. Artefice ne fu il re Ruggero II di Sicilia, che, facendo costruire un castello in quel luogo, assoggettò tutti i casali circostanti (i Sarracinorum Pagi) e li riunì sotto la nuova denominazione di Baronia di Savoca. Vari furono i tentativi compiuti dal Vecchio Casale per riacquistare la perduta autonomia, ma il più celebre fu quello del 1603, quando riuscì ad ottenere dal Viceré l'indipendenza dalla giurisdizione di Savoca. La durata fu però breve, a causa delle ingerenze di Messina, del cui distretto faceva parte Savoca: infatti, nel 1606, la Curia Straticoziale di Messina decretò il ritorno di Casalvecchio nello stato di prima. Gli insediamenti bizantini e saraceni diedero al centro l’assetto urbano e le caratteristiche che tutt’oggi si conservano come testimonianza del passato. La popolazione in epoca araba risiedeva nei quartieri SS. Annunziata e Zorio a nord e nei quartieri di Piano Croce e Piazza Vecchia a sud: qui si svolgevano le attività artigianali di falegnami, fabbri e maniscalchi. Meno popolati erano i quartieri situati più a sud, come il quartiere Badia e la Discesa Palazzo. L’ambiente naturale, unito al profondo attaccamento alla proprietà della terra, ha fatto sì che la tradizione agricola secolare fosse l’unica fonte di reddito per la cittadina, ma che non si tradusse mai in investimenti e fatturato di alto livello. Il settore primario, infatti, continua a basarsi sull’esperienza di pochi lavoratori e non c’è traccia di attività imprenditoriali. Le maggiori potenzialità di sviluppo di quest’area potrebbero essere indirizzate verso il settore turistico di tipo escursionistico – residenziale, data la felice collocazione dell’insediamento, a breve distanza dai centri costieri, al fine di una scoperta dei molti aspetti del paesaggio naturale ed umano, in modo da soddisfare quella parte di pubblico che, dalle escursioni in aree naturali, si ripromette di ricavare emozioni di portata e dimensioni superiori a quelle forme di turismo ormai standardizzate.

"I Cento Montanari Casalvetini'". Un episodio molto importante per la storia cittadina è quello dei Cento Montanari Casalvetini. Furono così denominati un centinaio di valorosi casalvetini, che, il 4 aprile 1860, si riunirono nella piazza principale del paese e decisero, al comando del cav. Luciano Crisafulli, di unirsi alle truppe di Giuseppe Garibaldi, partecipando in vari combattimenti al risorgimento italiano. Non tutti fecero ritorno nel loro paese, che li onorò con una lapide e con l'istituzione di una Banda Cittadina e della relativa Scuola di Musica ancora oggi molto attiva.

Molti furono i caduti nelle varie guerre: fra di essi si distinguono il tenente Elia Crisafulli, medaglia d'oro (guerra 1915/18); il mar. Antonino Lo Schiavo, medaglia d'oro (guerra 1940/45); il sergente maggiore Paolo Casablanca, medaglia d'argento (guerra italo - turca 1911 e deceduto nella guerra del 1915/18).

Nel 1929, Casalvecchio perse nuovamente la tanto agognata autonomia e, con un decreto di Benito Mussolini, fu aggregato al comune di Santa Teresa di Riva, tanto da far scrivere ad Alberto Alberti, noto pedagogista casalvetino,   in un suo libro, "Nacqui in un paese che non c'era. Abolito per decreto di Mussolini...". Riacquistò definitivamente l'autonomia il 14/09/1940. In seguito, gli furono tolte alcune frazioni: Misserio e Fautarì passarono a Santa Teresa di Riva, mentre parte di Contura e Mallina passarono a Savoca. Il paese, quindi, andò incontro ad un progressivo ridimensionamento del numero di abitanti, anche per un processo di emigrazione dovuto a mancanza di lavoro. Periodicamente, soprattutto nel periodo estivo, torna a popolarsi per il ritorno degli emigrati.

 Fontane di acqua sorgiva 

Acqua Ruggia (sec. XII). Così chiamata perché la leggenda narra che vi si fermò a bere il conte Ruggero II, la fontana della Acqua Ruggia è caratterizzata da artistiche formelle in ceramica, rappresentanti storie di vita contadina e l'immagine del Patrono S. Onofrio. L'acqua sgorga da due mascheroni scolpiti in pietra locale. Vi sono annessi un caratteristico lavatoio coperto e un antico abbeveratoio per animali.

Acqua fontana. Si trova nella parte inferiore del paese. L'acqua sgorga dalla bocca di un mascherone scolpito in pietra locale. Il plesso include un abbeveratoio per animali e un lavatoio antico.

Acqua Fadarechi o Panagosto. Da questa fontana sgorga un'acqua particolarmente ricercata per le sue qualità  oligominerali. Ha un rivestimento in formelle di ceramica, rappresentanti immagini di vita contadina. È completata da un abbeveratoio e da un lavatoio.

Piazza Vecchia. La Piazza Vecchia era il centro del paese medievale, in cui si svolgevano tutte le attività artigiane e commerciali del tempo, con la presenza delle varie botteghe di falegnameria, alimentari, osterie, depositi per il baco da seta, ecc. In seguito, la piazzetta è stata notevolmente trasformata, con la distruzione degli archi (conservati fino agli anni settanta). Attualmente si può ammirare un portale di notevole fattura in pietra arenaria.

 

           

Tribbone. Vengono chiamati tribbone, nel dialetto locale, particolari sottopassi tipici dell'architettura medievale araba. Si tratta di volte a botte costruite in mattoni e pietra che permettono il congiungimento delle case al di sopra delle viuzze pubbliche.

Monumento ai Caduti. Il monumento ai Caduti è un'opera in acciaio inox realizzata dallo scultore Nino Ucchino. Ha un'altezza di 4,50 metri ed è impaginata a forma piramidale con due immagini contrapposte. Al vertice si staglia una figura che simboleggia l'utopia della libertà e della giustizia, in basso emerge una figura che simboleggia la violenza subita e la caduta della dignità umana. A fianco sono state poste le lapidi con i nomi dei Caduti casalvetini durante gli anni delle guerre.

 

PERSONAGGI ILLUSTRI

GASTRONOMIA

I piatti tipici di Casalvecchio sono chiaramente legati ai prodotti locali dell'agricoltura e della zootecnia. In particolare, si può gustare una gustosissima salsiccia, maccheroni al sugo, la "ghiotta di pesce stocco alla messinese" e la focaccia messinese con condimenti vari. Da segnalare, in particolari periodi dell'anno, la rinomata carne al forno. Di ottima qualità la produzione di vino e di olio, anche se in costante calo come quantità.

CURIOSITA': “L'Avventura!”

 A Casalvecchio, nel 1959, sono state girate alcune scene del film "L'Avventura" di Michelangelo Antonioni. Uscito nel 1960, il film è uno dei più complessi e interessanti della filmografia di Antonioni e rappresenta uno dei capolavori del regista ferrarese, essendo il primo della trilogia detta dell'"incomunicabilità". Fra gli attori si possono annoverare Monica Vitti, Gabriele Ferzetti, Lea Massari. Altre scene sono state girate a Taormina, Messina, Noto, Milazzo e Isole Eolie.

 

Qualche foto di Casalvecchio...